Intermezzo.

Mi accingevo a scrivere “Gliel’ha detto il dottore? E tre…” quando sento il servizio sulla tragedia del giorno: quattro morti per pulire un’autocisterna che trasportava zolfo o zozzerie generiche.
Avrei preferito scrivere le solite quattro pirlate sui Panda e i Pandismi ma questa notizia mi rende poco incline alle mie incazzature semiserie, anche se le solite reazioni a questo ennesimo dramma sono veramente significative su quanto ci stiamo Pandizzando.
Quindi possiamo imbastirci su quattro chiacchiere, ma cambiando il titolo: a quei poveracci, che nel frattempo sono diventati cinque, non l’ha detto il dottore. 

Ho buttato giù qualche riga, poi mi sono dovuto fermare qualche giorno; nel frattempo, come per i pitbull e i sassi dai cavalcavia, l’attenzione dei “giornalisti” è puntata su ogni morto sul lavoro, che diventa uno scandalo ed un martire: se in questo periodo Rocco Siffredi fosse colto da infarto girando un film si ritroverebbe dedicata una piazza, con tanto di antropomorfo “obelisco della rimembranza”…

Tutta l’indignazione che ruota intorno a queste morti può essere definita solo in un modo: Pandismo.
Come avrete capito, uno dei comportamenti più classici dei Panda ricorda un po’ quello della Fiat, che socializza le perdite e privatizza gli utili; allo stesso modo i Panda socializzano le proprie colpe, anche se non possono privatizzare i meriti perchè i Panda non hanno meriti.
Quello di incolpare “il sistema” o “la società” o “i padroni” o “il mondo del lavoro” è uno dei più bei Pandismi che io conosca, nonchè la dimostrazione che un sacco di gente o non capisce un cazzo o è in malafede o non ha mai fatto un cazzo.
Se mai Diliberto, o Bertinotti, o uno qualsiasi dei politici più scaldati sulla (più che sacrosanta) sicurezza dei lavoratori avesse avuto, nella vita, l’occasione di lavorare mezza giornata, sbraiterebbe molto meno.
Mò il comunista, per una volta, lo faccio io: quando dico lavorare mezza giornata, non intendo progettare, relazionare, pianificare, supervisionare, razionalizzare, coordinare, andateacagare…
Intendo lavorare, faticare, lottare, sudare, farsi un culo così.
Come i miei ragazzi.
E come, ogni tanto, capita anche a me, col vantaggio, da parte mia, che se lo faccio è perchè ne ho voglia: è una di quelle cose che mi fa sentire vivo.
Non divento bolscevico al punto di sostenere che l’unico lavoro vero è quello fisico e non è che i “lavoratori” siano solo quelli che faticano: ogni compito ha la sua utilità e dignità, salvo tre quarti dei dipendenti pubblici.
Faccio la distinzione tra lavoratori e faticatori perchè questi ultimi sanno che per fare la frittata si devono rompere le uova. Così come chi va in guerra sa che in giro potrebbe esserci una pallottola col suo nome sopra, chi va in macchina sa che potrà avere un incidente e chi svolge compiti manuali sa che prima o poi la sfiga si presenta. Poi, come in guerra c’è il veterano che porta a casa la pelle e c’è chi guida l’auto tutti i giorni con attenzione e coscienza, facendo del bene a sè ed agli altri, c’è anche la recluta che non sopravvive al primo giorno di trincea ed il coglione che si schianta un sabato notte con quattro amici che, fino a dieci secondi prima, erano i cinque ubriachi più veloci della provincia.
Allo stesso modo c’è chi si rende conto del pericolo insito in ogni lavoro “fisico” e chi, per distrazione, pigrizia o incoscienza se ne dimentica. Come causa esiste anche la disperazione, ma è talmente raro nella nostra realtà quanto è frequente nei discorsi di politici e sindacalisti.
L’extra comunitario che lavora in nero in un cantiere a cinque euro l’ora è un disperato, ma se cade da un ponteggio, nove volte su dieci, è semplicemente uno che ha fatto un errore; che può essere un eccesso di fiducia nei proprii mezzi come può essere l’accettare di lavorare in condizioni di rischio palese: disperazione o no, resta sempre una tua scelta.
Non è politicamente corretto dirlo, ma se un portuale rimane schiacciato da un carico sospeso che precipita, non è per colpa dei turni o dell’organico: è solo che lui ci stava sotto, e non avrebbe dovuto essere lì. E se il carico è precipitato non è colpa della società, ma di un collega che lo ha legato o agganciato male.
Un po’ come i soldati colpiti da fuoco amico sono una percentuale spaventosa dei caduti, i morti per distrazione o negligenza, propria o altrui, sono la stragrande maggioranza.
Se prendessi un calcio nel culo ogni volta che fermo con un urlo un mio operaio che sta rischiando di farsi male, avrei la chiappe frollate come un fagiano. Avete mai visto cambiare il disco della moletta -il “flessibile”- a mani nude e col cavo collegato? A me succede tutti i giorni, e serve poco spiegare che, se quel coso parte, per contare fino a cinque avrai bisogno di due mani. Certe cose le posso ammettere per il mio amico Sandro che leccava il minipimer collegato alla presa e che, improvvisamente, è partito, lasciandogli come ricordo una trentina di punti in bocca.
Ma lui è neurologo, e quello è il massimo del rischio a cui può essere esposto.
Quello che voglio dire, ed è brutto da dire, è che se uno si fa male, molto spesso la colpa è sua.
Cominciate a scandalizzarvi: appena ho un attimo ci risentiamo.
Continua.
Dottordivago

www.ilpandadevemorire.it

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2 Comments on “Intermezzo.”

  1. diegoviola Says:

    finalmente trovo un attimo di tempo per poter scrivere…cacchio, era da quasi 2 settimane che non mi facevo vivo..
    ho letto appassionato questo ultimo pezzo e anch’io vorrei dire la mia. Sentendo le varie notizie ai telegiornali e e leggendo articoli sui giornali, mi sono fatto una mia personale idea, che tra l’altro non differisce nemmeno molto da quella del nostro caro dottor divago..
    è vero, c’è lavoro e lavoro. Io non sono mai stato a contatto con realtà lavorative in cui il rischio maggiore andasse oltre a quello di slogarsi un polso scrivendo con la tastiera di un pc..fino a 5 anni fa facevo il disegnatore meccanico lavorando al computer, ora lavoro in autoscuola (che di per sè mi espone già a qualche rischio in più..anche se il primo vero e proprio incidente mi è capitato “solo” lo scorso mese di dicembre..beh, basta divagare: quando questo blog tratterà la sicurezza sulle strade avrò da dire la mia bella scarica di commenti..per il momento lascio stare)
    è vero anche che in questo periodo non passa giorno in cui esperti e non, si ritaglino il loro spazio nei vari tiggì per snocciolare statistiche e fare confronti con gli altri Paesi europei. Io credo comunque che le colpe ricadano a pioggia su tutta la gerarchia lavorativa, anche perchè ogni caso di incidente è diverso da un altro..
    si va dal titolare di un’azienda che non fa nulla per mettere in sicurezza la propria ditta/il proprio cantiere, a quello che non fa rispettare le regole ai propri dipendenti; oppure ai dipendenti stessi, che nonostante le regole ferree imposte dall’azienda o nonostante l’addestramento ricevuto, se ne infischiano (perchè magari l’elmetto è scomodo, le scarpe antinfortunistiche fanno male ai piedi, e dai ponteggi cadono solo gli stupidi)e non appena il responsabile gira la testa dall’altra parte si comportano eludendo tutte le disposizioni sulla sicurezza…e via via a salire, fino agli organi che dovrebbero controllare e perseguire chi queste regole non le rispetta o non le fa rispettare, e invece preferisce far finta di non vedere e magari intascare la bustarella “che almeno tutti son contenti” e seguendo il tacito accordo del “lasciamoli lavorare in santa pace”
    Bene, detta così sembra che la maggior parte del mondo del lavoro sia fuori regola,ma fortunatamente non è così, per lo meno ella realtà che mi circonda..altrimenti di morti sul lavoro ne avremmo qualche migliaio al giorno, e non all’anno. La situazione è sicuramente critica, ma indubbiamnete in questo periodo si sta cavalcando l’ondata del clamore suscitato dalle morti bianche. Attendiamo qualche altro caso di cronaca che apra un nuovo filone e metta in ombra questa emergenza (già Gravina ce la sta mettendo tutta..)
    Il problema quindi è molto più complesso di quanto ce lo stiano spacciando all’interno delle quotidiane cronache, e al contempo è molto semplice: siamo italiani, ci consideriamo più furbi di tutti gli altri, specie quando riusciamo a eludere regole che consideriamo scomode (nello specifico quelle della sicurezza sul lavoro..ma lo stesso discorso va applicato anche in tutti gli altri campi)..anche se così facendo non facciamo altro che metterla in cXXo a noi stessi..”tanto quello che conta è riuscire a far ricadere la colpa sugli altri”, questa è la nostra politica (e i nostri politici per l’appunto ci rappresentano alla grande) Come sempre. E a fare la solita bella figura europea. Come sempre!
    concludendo, volevo segnalare un link su un post lasciato da ipernova all’inizio di gennaio sul suo blog (non credo si offenderà per questo), scritto in un altro dei ciclici momenti di clamore suscitato dalle morti bianche, che avevo trovato molto molto interessante e che penso valga la pena di essere ricordato…

    http://ipernova.wordpress.com/2008/01/03/i-conti-che-i-tg-non-fanno-sulle-morti-bianche/

    saluti a tutti!!!

  2. Ipernova Says:

    Tutto ciò che Dottordivago (ma anche DiegoViola) ha detto, mi trova in profondo accordo. Diversamente da lui, però, io non mi sono ancora guadagnato il diritto di esprimere questa opinione.
    Quindi all’epoca della Tyssen mi ero limitato a fare dei conti che nessuno avrebbe potuto contestare.
    Mi sono subito catapultato a rinforzare l’idea del Dottordivago citando il mio post, ma con mia grande sorpresa ero già stato citato. La cosa mi onora.

    E comunque vorrei ribadire che gli infortuni accadono in genere nei luoghi dove la gente si sente più “furba” (e quindi irresponsabile).
    Se ci sono due bottoni separati per attivare la pressa, e perché vogliono essere sicuri che li schiacci con le due mani, e che quindi hai la testa fuori dal pistone.
    Ma puoi star sicuro che se uno è “furbo” mette lo scotch su uno dei bottoni, così va più veloce.

    Il problema è comunque profondo. Perché la colpa non è ovviamente del capo di chi fa una cag*ta, ma può esserci talvolta una scarsa formazione da parte dell’azienda.
    Ho visto aziende in Brasile che EDUCAVANO BENE gli operai, ed in paesi di terzo mondo raggiungevano standard di sicurezza che in Germania se li sognano.

    Incolpare l’azienda è come incolpare i genitori dell’assassino per aver cresciuto un criminale. è certamente anche colpa dei genitori perché non hanno fatto sufficiente formazione (e mi gioco due palle che mio figlio non ucciderà mai nessuno), ma comunque l’assassino ha il libero arbitrio. Così come gli operai della Tyssen potevano scioperare per motivi di sicurezza (forse lo sciopero più nobile).

    In sintesi: il problema c’è, è colpa nostra, di chi si ammazza, dei sindacati, e comunque ringrazio per la citazione ;-)

    Paz

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