Dottordivago… ‘na creatura.

Oggi è il mio compleanno, il primo compleanno da titolare di blog -lo so, si dice blogger, ma sta ammericanata non mi evoca immagini positive- per cui mi sento autorizzato a raccontarvi la storia della mia vita… Naa, scherzavo.
Oddio, da raccontare ce ne sarebbe, ma sono quasi tutte cose che è meglio non mettere per iscritto.
Invece vorrei chiudere il discorso “cerco casa” iniziato in “Ma li trovo tutti io?” e interrotto ieri a causa di una giornata adrenalinica che mi ha lasciato catatonico sul divano, in condizioni che l’unica attività cerebrale consentitami era annerire i denti delle fotomodelle sulle riviste.
Pensandoci bene, sarebbe stata la sera giusta per guardare lo smalto che si asciuga sulle unghie dei piedi, ma non è una mia pratica usuale.
Cominciamo a farla fuori dal seminato, Dottordivago?
Parlavamo della casa di Cuccaro, con l’accento sulla “u”.

Dicevo che io una casa ce l’avrei, in collina e vicina alla città: bella grande, tranquilla ed in condizioni che col costo di un bilocale in città la trasformo in una reggia.
Però…
Vuoi che non ci sia un “però” in questa vita di merda?
Però è vicina alla chiesa, che di per sè non sarebbe una gran sfiga, anche per un ateo come me.
Il problema sono le campane. 
Quando c’era il vecchio campanile avevano una dimensione da chiesa di campagna e di conseguenza un suono quasi gradevole, quanto meno ci potevi fare tranquillamente l’abitudine; oggi hanno una dimensione tipo quella di Hiroshima, che viene suonata solo il sei agosto sennò gli abitanti, con un referendum, opterebbero per un’altra bomba…
In più, è cambiato il modo di indicare l’ora: una volta funzionava che alle sette, per esempio,  batteva sette dong e li ripeteva dopo cinque minuti; alle sette e mezza un discreto dong, il classico “mes bot”, e basta.
Oggi? Alle sette batte di quei DONG che ti spaccano il cervello
e ti fanno tremare le otturazioni -e che rompano i coglioni non è il caso di sottolinearlo-. Dopo cinque minuti si ripete, perchè se qualcuno non avesse contato bene, che so, in un impianto siderurgico in Tasmania, si mette tranquillo.
Ed il bello viene adesso.
Alle sette e mezza sono sette DONG e un DING ripetuti dopo due minuti!
Ci pensate alle 12,30? O, peggio, alle 0,30? Gente, sono dodici DONG e un merdosissimo DING…!
Ormai ci vado raramente, ma quando sono in cortile e partono le bastarde divento peggio di Quasimodo: tiro di quelle madonne che faccio più casino io di loro. E non faccio che domandarmi quale alterazione genetica hanno sviluppato i Cuccaresi: quando una volta ho proposto di fare qualcosa i miei interlocutori mi hanno guardato come se mi stesse spuntando un corno in mezzo alla fronte, quasi con scandalizzato stupore.
Forse impuntandomi, con tutta la cattiveria, qualcosa potrei ottenere; ma volete sapere la verità? Non ce la faccio.
Sapete chi ha rifatto il campanile e generato quel mostro?
Il defunto parroco.
Il mio migliore amico di sempre, praticamente mio padre.
Il “Prevosto”.

Non l’ho mai chiamato in altro modo: ho cominciato a tre anni e smesso a trentanove, quando è andato a verificare chi aveva ragione tra me e lui.
Io tre anni ce li avevo un po’ di tempo fa ed allora, specie in un paese di campagna, il parroco era ancora “il Prevosto”; quando per strada incrociava qualcuno, scattava automatico il saluto:
“Sur Prevòst…”, persino con un accenno di scappellamento da parte degli uomini. A tre anni “Prevosto” era sufficiente e, un giorno dopo l’altro, ho passato la vita chiamandolo così.
Vivevo in un film di Don Camillo, anche perchè il Prevosto non “era come”, il Prevosto era Don Camillo.
Un po’ burbero -con gli altri-, era veramente il pastore del suo gregge: sapeva farsi ascoltare, con le buone o le cattive, ma avrebbe lottato contro i lupi per aiutare le sue pecorelle.
Passavo intere giornate con lui e talvolta dormivo in canonica, accudito da sua madre, l’unica perpetua che si sia mai permesso.

Ogni mia caratteristica positiva, quel poco di buono che ho, lo devo a lui, per i difetti mi sono aggiustato da solo.
Mi ha insegnato tutto.
A tre anni e mezzo leggevo -rigorosamente Topolino o Cocco Bill, a quattro andavo in bici, poi il motorino; a dodici anni la macchina, ovviamente sugli sterrati come i suonati di Hazzard.
Mi ha insegnato a pescare.
Lasciava in uso la vecchia stalla parrocchiale ad un Cuccarese trapiantato a Milano che possedeva due cavalli e l’unica forma di affitto che percepiva era che io e lui potessimo farci un giro quando volevamo; avete presente cosa sia, a dieci anni, l’età di Bart Simpson, andare a pescare a cavallo, con le canne a spalla come un Winchester? Non ve lo spiego: Louis Armstrong diceva:”Se uno deve chiedere cos’è il jazz, non lo capirà mai”.
Un giorno, avevo dieci o undici anni, con fare carbonaro mi raccontò che una notte, anni prima, un tale mai visto bussò alla porta della canonica, gli lasciò una pistola e una cassa -non una scatola- una cassa di munizioni dicendo:”E’ meglio che custodisca lei questa roba, Reverendo”. E se ne andò.
Già così la storia mi aveva fatto sgranare gli occhi; dovevate vedermi quando ha tirato fuori la pistola e la cassa: come appoggiarsi allo schermo di un cinema ed essere risucchiati dal film. Oggi so che era una Beretta 34 cal. 9 corto, allora era una cosa che mi faceva girare la testa. Andavamo a sparare in una specie di cava di argilla, ‘tanto sia i contadini che il guardiacaccia non ci facevano caso, ed in un’estate abbiamo finito la cassa di munizioni.

Potrei scrivere per giorni e non riuscire a raccontarvi un centesimo di ciò che ho fatto con il Prevosto o un millesimo di ciò che mi ha dato. Vi racconto l’ultima perchè descrive quella persona meglio di qualsiasi ritratto.
Era la notte del 21 luglio 1969. Dormivamo tutti, quando sentiamo un matto che bussa alla porta; cioè, io dormivo il sonno del giusto e non ho sentito niente fino a quando qualcuno mi ha sollevato di peso. A nove anni, quando dormi, dormi davvero: ricordo solo qualcuno che mi portava in spalla lungo la stradina di trenta metri che divide casa mia dalla canonica e mia zia che urlava “Lei è matto!” e la voce del Prevosto che mi diceva:”Tra poco un uomo camminerà sulla Luna e tu non puoi non vederlo.”
Ecco chi era il Prevosto.

Lui e le sue campane che non mi lasciano vivere.
Me le metterei in camera da letto, le campane, pur di passare ancora un giorno con lui.
Avrei ancora tanto da dire su quella persona ma, a parte il magone, comincio a sentirmi cosparso di melassa e ricoperto di meringhe.
E tutta sta dolcezza non si addice a quello stronzo incazzoso del Dottordivago.

Dottordivago.

www.ilpandadevemorire.it

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